L'Ora Sconosciuta
Luca Mei non riusciva ad addormentarsi, e non era certo la prima volta.
Forse aveva mangiato pesante, ed era più che probabile considerate le sue abitudini alimentari, o forse semplicemente si era coricato troppo presto rispetto alla sua tabella di marcia giornaliera che prevedeva orari molto flessibili: era appena laureato e seriamente intenzionato a concedersi qualche mese di ozio per riprendersi dallo stress accumulato, e questo prevedeva orari molto flessibili.
Il letto era diventato un campo di battaglia: il ragazzo aveva spedito le lenzuola direttamente sul pavimento e il cuscino sul comodino. Il coprimaterasso aveva abbandonato il bordo superiore e gli si era arricciato sulla spalla destra.
Con gli occhi fissi al soffitto e una leggera pressione alla vescica decise che l’unica cosa da farsi era abbandonare il suo giaciglio e fumarsi una sigaretta al fresco, in balcone. Prima però doveva svuotare il serbatoio.
Ciabattò indolente verso il cesso, senza neppure accendere la luce del corridoio, trascinando di conseguenza nel suo percorso un libro – tump – la custodia di un dvd – tump – un astuccio – tump -, poi spalancò la porta dei servizi con poca delicatezza. Si calò le braghe del pigiama e i boxer insieme, e si concesse languidamente quel momentaneo sollievo, scoprendo troppo tardi che il prodotto del suo uretere si trovava gocciolante sul coperchio del water, incidentalmente abbassato. Imprecò, accese la luce (stavolta) e si accinse a ripulire il tutto, mormorando blasfemie a denti stretti. Dopo pochi minuti prese l’accendino e il pacchetto di sigarette, uscì all’aria aperta e si appoggiò alla ringhiera.
L’appartamentino che aveva affittato durante il periodo universitario e che avrebbe occupato ancora per pochi giorni si trovava al terzo piano di un fatiscente immobile quasi al centro della città. Da quell’altezza poteva osservare indisturbato il morbido tran tran urbano, le luci fioche dei pochi locali ancora aperti, il serpente del traffico che si srotolava mollemente in fondo al canyon dei palazzi e si riverberava sulle finestre chiuse, dietro le quali altri consumavano saggiamente il riposo del giusto e altri ancora, quelli come lui, cercavano con sforzi pressoché vani di districarsi dalla morsa dell’insonnia.
A Luca Mei era già successo di dormire male o di svegliarsi nel pieno della notte o ancora di non riuscire a chiudere occhio come stasera… e a volte questa spiacevole esperienza non era legata a una digestione difficoltosa o ad una sbronza. Semplicemente il sonno non arrivava per niente, o svaniva e lo catapultava pimpante e sbigottito nel mondo della veglia, ribaltando quello schema convenzionale che assegnava al dì l’attività e alla notte l’immobilità. Forse il disturbo era di un’entità tale da assumere il carattere di patologia, ma il giovane non si era mai soffermato seriamente a considerare quell’eventualità, troppo preso da questioni di differente pregnanza, come trovare i soldi per un nuovo videogioco o scovare un posto fico dove portare a cena la sua ragazza.
“Mi sa che prenoto una visita uno di questi giorni”.
La sua dichiarazione sfondava il silenzio imbottito che la posizione sopraelevata gli garantiva, librandosi sul fumo azzurrognolo che si staccava dalla punta della Marlboro Light, e andava a perdersi lassù tra le nubi dove un’unghia di luna faceva tristemente capolino, rischiarando la terrazza e il suo occupante.
La città rimase apparentemente imperturbata di fronte al proposito di Luca Mei, altrettanto poco convinta come il propugnatore della sua effettiva attuazione. Sospirò piano attraverso gli scarichi del traffico che andava scemando, come in un’alzata di spalle, e tornò alle sue faccende.
Lui continuò a fumare lentamente, assorbito dalla brezza notturna che gli sollevava di tanto in tanto i peli sulle braccia: la primavera era alle porte e il profumo che si diffondeva di là di quei bastioni di calcestruzzo riusciva a raggiungere il ragazzo, spinto da un leggero refolo di freschezza. Il traffico si era eclissato come lo spicchio di luna, spegnendosi come la sigaretta, morendo con rassegnazione senza proferire parola. Prima o poi tutti si arrendono alla notte, pensò distrattamente e non senza una vena di romanticismo crepuscolare Luca Mei, prima o poi tutti vengono avvolti dal torpore.
“Tutti tranne questo povero imbecille”.
La città gli rise in faccia con gli strepiti di un qualche uccellaccio; il giovane gettò il mozzicone di sotto e seguì con interesse la sua corsa forsennata verso il marciapiede sottostante, punteggiata da brillanti scintille. In uno stupido e istantaneo processo di transfert si identificò con la sigaretta: immaginò la caduta vorticosa, il vento che ti strappa il respiro, l’asfalto che si avvicina inesorabile, il cuore che pompa inutilmente visto che di lì a poco…
Si riscosse da quella fantasia col suddetto organo in gola, allontanandosi d’istinto dalla ringhiera alla quale le sue mani erano saldamente avvinghiate, al punto di arrossarsi. Sorrise stupidamente, percorso da sgradevoli brividi di freddo e stava quasi per rientrare quando la sua attenzione fu attirata da una musica lontana. Una musica bandistica, appena udibile.
Luca Mei tornò alla ringhiera riuscendo a superare qualche imbarazzo di troppo e si riaffacciò con l’orecchio teso verso il punto dal quale sembrava provenire la marcetta. Il suo quartiere era costituito da un intricato reticolo di stradine, niente di strano visto che era situato in pieno centro storico, e questo rendeva arduo scovare l’origine di quel suono fuori luogo. Eppure sembrava farsi man mano più vicino, con l’abbrivo delle gran casse e l’accompagnamento dei fiati, rimbombando bizzarramente nel silenzio semiassoluto, squarciando l’aria immota con schiamazzi che avrebbero presto attirato molti altri spettatori, non solo quelli che come Luca Mei dovevano conquistare il riposo come fosse un bottino ambito.
L’insonne riusciva a percepire i bassi che, gutturali come il fiato di un vecchio drago, rimbalzavano tra le pareti degli edifici e guadagnavano terreno verso l’alto, assumendo i contorni di una melodia cupamente allegra se possibile, quasi malinconica. Luca Mei fu colpito da quel motivo e fu colpito ancora di più dal fatto che, nonostante la vicinanza, non riuscisse ancora a scorgere i musicanti. Inoltre nessuno, ma proprio nessuno, aveva accennato il benché minimo interesse alla festicciola che stava per svolgersi nelle strade assopite: ovunque aguzzasse la vista era deserto. Il ragazzo era ragionevolmente l’unico spettatore e la notte era adesso totalmente silenziosa (a parte per la musica, ovvio), il cielo era coperto e il buio si addensava. Tutto sembrava sospeso in un momento senza tempo, non lo svolazzare di un foglio di giornale, non il fruscio di un battito di ciglia o lo strombazzare di un clacson.
Luca Mei era assorto e in attesa e la musica era l’unico fattore che conferisse realtà a quella specie di limbo nel quale era casualmente piombato; l’eco ovattata aleggiava sottile illudendo l’ascoltatore, pervadendo l’aria con picchi e ricadute, ovunque e da nessuna parte contemporaneamente. Volse lo sguardo a destra e a sinistra, si soffermò sulle finestre chiuse ermeticamente e sul mondo accucciato che difendevano dall’esterno.
“Sono l’unico uomo sveglio nella città” disse quasi con stizza a quella notte che prima gli sembrava un monile antico in fondo ad un cassetto pieno di stracci e ora gli appariva come un posto algido ed estraneo. Si sentiva solo e isolato, come chiuso all’interno di un grande castello, con i tamburi che battevano in concomitanza con il pulsare del suo cuore, echeggiandogli nelle trombe di Eustachio, nei saloni vuoti e polverosi, nelle arterie e nei ventricoli. Come se quegli stanzoni sfitti fossero dentro di lui, come se colui il quale stava fuori osservasse un altro se stesso sepolto all’interno del suo corpo, accorgendosi che quell’altro Luca Mei lo stava osservando a sua volta, iridi e pupille che si riflettono le une nelle altre in un’infinita rifrazione.
Serrò le palpebre e scosse la testa con forza. Si stropicciò la faccia e si massaggiò la nuca, inspirando profondamente, poi riaprì gli occhi ed espirò. Adesso era di nuovo in sé, la sua mente ricollocata, i suoi sensi non più sdoppiati, e la musica ancora più vicina a ribadire la propria concretezza acustica.
Luca Mei si guardò intorno sbalordito, scrollando il capo in segno di protesta, incapace di credere alla divagazione di poco prima; sicuramente non era quello che si dice un tipo con i piedi per terra, però simili “viaggi” non facevano parte del suo bagaglio empirico. Si strofinò di nuovo gli occhi e si accorse che il cielo si era aperto e sui nuvoloni si era accomodata una facciona bianca e lattiginosa, frutto di una rotazione terrestre un po’ troppo precipitosa, considerato che la luna di pochi minuti prima assomigliava più ad una “c” minuscola e sbiadita che ad un astro. Quest’altra luna aveva una superficie liscia ed uniforme e spargeva un fulgore un tantino slavato che però riusciva lo stesso a illuminare chiaramente strade e tetti, tanto che la visione del ragazzo ora era nitida come se si fosse in pieno giorno… un giorno coperto e piovoso, certo, ma sempre giorno. Laggiù in strada, alla sua sinistra, la gran cassa batteva il tempo e i soffi di trombe, tromboni e oboi faceva da contrappunto; il corteo era preceduto da una luce fiammante, come di torce, e da lunghe ombre che si allungavano in avanti, come figure da teatrino delle marionette, animate di vita propria e senza alcun legame con i corpi solidi che le originavano e ai quali erano indissolubilmente incollate.
Il giovane spettatore scrutava con una rinnovata curiosità, accompagnata da meraviglia e un po’ d’incoscienza: a questo punto sapeva per certo di essere l’unico a godere dello show, e la luna pallida e grassoccia che si stagliava sulla sua testa non era altro che un riflettore puntato sulla ribalta. L’aria rimaneva immobile e rarefatta e il cielo muto e senza stelle, di un blu-grigio profondo, sembrava quasi contratto. Assomigliava ai cieli che si vedono nei sogni, infiniti e di un colore sfuggente, mai acceso, distese quasi solide che si stendono a ricoprire paesaggi troppo vasti per essere abbracciati da un occhio vigile; blocchi di rocce abnormi che sigillano mondi così strabilianti da dover rimanere confinati ad uno stato primordiale dell’essere, dove le emozioni si mescolano in un turbine confuso e sfaccettato. Dentro Luca Mei si agitavano in effetti sentimenti proprio strani: una paura ignota e per questo più attanagliante, un brulichio sottopelle che lo manteneva tuttavia lucido, in perfetta sintonia con l’ambiente circostante, recettivo e interamente presente… e uno stupore senza precedenti che negava qualsiasi prospettiva di allontanamento, fisico o mentale.
Quando la luce si fece più viva e le ombre si delinearono con maggiore evidenza e i loro contorni assunsero forme ben precise, il ragazzo venne investito da un ricordo nitido ed evidentemente connesso a quell’esperienza, un ricordo legato a quando era uno scolaro delle elementari e a un compito mai assegnato.
Era in quarta o quinta, non ricordava bene, e nella sua antologia era riportato un testo senza conclusione; lo studente doveva completare il breve racconto proposto con un finale a sua scelta, sviluppando e dando prova in questo modo delle proprie capacità narrative e immaginifiche. Si esponeva la storia di un bambino che, svegliatosi a un’ora imprecisata della notte e affacciatosi dal balcone di casa, assisteva fortuitamente a un evento straordinario: ombre maestose si stampavano sul muro dell’edificio dirimpetto, proiettate da qualcosa o qualcuno che avanzava lentamente e che presto avrebbe girato l’angolo palesando la sua reale essenza… il contenuto della rivelazione sarebbe stato naturalmente appannaggio dello studente. Il testo era intitolato, profeticamente, “L’Ora Sconosciuta”.
Luca Mei era rimasto estasiato da questa storia e aveva provato un grande rammarico quando la maestra aveva saltato a piè pari la scheda passando a quella successiva, contenente una banale poesia da parafrasare. Quando era tornato a casa si era messo subito al lavoro e aveva sfornato decine di finali diversi, dimostrando un’inventiva che, da lì in poi, l’avrebbe accompagnato per tutta la vita. Le parole avrebbero fluito come torrenti dentro di lui, rincorrendosi e dando vita a innumerevoli storie: alcune piacevoli e divertenti, altre tetre e disturbanti, altre ancora oniriche e strane; la maggior parte di queste era rimasta dentro di lui in uno stato fetale, un’idea in divenire che non aveva mai raggiunto lo stadio finale. Come se a bloccarle ci fosse stata una porta massiccia che concede solo piccoli spiragli e che non si riesce mai ad abbattere completamente.
“Adesso però è ora di tornare al presente e di abbandonare le favole, di dimenticare il sogno e la fantasia e cedere alla presa della realtà” mormorò Luca Mei con voce altisonante, citando una frase tanto cara, nelle varie forme che essa poteva assumere, a genitori e insegnanti, lo sguardo fisso su quello che accadeva una quindicina di metri più in basso, la mente svuotata e disposta ad assimilare come un magazzino cognitivo ancora da riempire, materiale per altre storie, mentre la finzione si tramutava in realtà.
E’ notte e l’ora è sconosciuta davvero; la città dorme e i suoi, probabilmente, non sono sonni tranquilli. Le ombre sul muro sono filamenti deformi e viscidi e la musica imperversa con i suoi toni baritonali, preme e vuole uscire dallo stato umbratile al quale è ancora relegata, sale e discende seguendo un impeto ambiguo, si apre e si chiude al pari di una valvola organica, trasudando gioia e tristezza, come la marcia funebre di un clown ultraterreno. I danzatori si apprestano a esibirsi, ammiccando e scegliendo i partner con fervore osceno in quelle strade vuote che vuote più non sono, con le orde che si riversano da piazze e traverse e generano il caos, col frastuono di urla e risate raggelanti, aliti cimiteriali che si sprigionano da dimore che puzzano di chiuso e humus. Mentre le streghe cavalcano nude le loro scope e vi si strusciano lascivamente lanciando richiami ferini e propiziando il sabba, un astro che non è la luna si lecca i baffi e si prepara ad assistere allo spettacolo, grondando pipistrelli dalle fauci schiuse in uno sghignazzo afflitto. Saltimbanchi monchi pedalano come dementi su microscopiche biciclette, giocherellando con i loro arti mozzati mentre gli ambulanti riempiono le strade con bancarelle sbilenche e sudice. Grotteschi imbonitori offrono la loro merce e tutti sono felici di toccare, mordere, tagliare.
Luca Mei osserva con attenzione dal suo posto riservato, con un lampo negli occhi, preparandosi alla conclusione vera del racconto, una delle tante possibili. E la fanfara finalmente svolta l’angolo.